Lo Stato abbandona i suoi servitori, ma noi no

 

Roberto Mancini è un uomo che per servire lo Stato ha messo a repentaglio la propria vita e si è gravemente ammalato.

Sostituto commissario di Polizia a Roma, Roberto ha dedicato la sua attività lavorativa a rischiose indagini contro chi inquina e traffica in rifiuti.

Nel 1994 ha avuto inizio la sua inchiesta sui Casalesi e sull’ecomafia in Campania, conclusasi due anni dopo con la consegna alla Dda di Napoli di un’informativa sul traffico illegale dei rifiuti, che sarà acquisita solo successivamente dalla procura di Napoli, nell’ambito del processo per disastro ambientale e inquinamento delle falde acquifere, condotto dal Pm Alessandro Milito; in quell’occasione, Mancini, chiamato a testimoniare, affermò: “Se qualcuno avesse preso prima in considerazione la mia indagine, non ci sarebbe stata Gomorra”.

Al centro dell’inchiesta c’erano i rapporti che l’avvocato Cipriano Chianese intratteneva con alcuni nomi noti della camorra, tra cui il boss casalese Francesco Bidognetti; Chianese era il professionista insospettabile che, per conto dei Casalesi, agiva da “broker dei rifiuti”: gestiva il rapporto con le aziende e organizzava il trasporto e lo sversamento dei rifiuti nelle discariche; Mancini ricostruì i contatti massonici, gli ordini che arrivavano dalle industrie con nomi importanti e quella rete estesa di broker e trasportatori.

Tra il 1997 e il 2001, Mancini ha collaborato con la Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, presieduta da Massimo Scalia;  durante tale collaborazione, il sostituto commissario ha effettuato decine di sopralluoghi in discariche di rifiuti tossici e radioattivi, entrando in contatto con le scorie sversate dalla camorra e dalle industrie chimiche; ha visitato le centrali nucleari italiane, è sceso nel ventre delle miniere di sale in Germania – protetto solo da una mascherina – ha percorso metro per metro i luoghi dell’orrore in provincia di Caserta, ha seguito i percorsi dei camion carichi di veleni del nord Italia spediti verso la terra dei fuochi.

Nel 2002 gli viene diagnosticato un linfoma non Hodgkin: il Ministero dell’Interno certifica che il suo tumore del sangue dipende da “causa di servizio” e, per tutta risposta, gli elemosina un indennizzo di 5mila euro.

A quel punto, Mancini presenta una richiesta di risarcimento danni per malattia professionale alla Camera dei deputati, con cui aveva intrattenuto un innegabile rapporto di collaborazione durante l’attività della commissione di inchiesta.

Il 13 luglio 2013, l’avvocatura della Camera dei Deputati e la Presidente Boldrini escludono qualsiasi responsabilità risarcitoria del Parlamento, negando che tra quest’ultimo e Mancini vi sia mai stato alcun rapporto di lavoro e sostenendo che il sostituto commissario dipendesse solo dal Ministero dell’Interno.

Quello che è certo, però, è che – contrariamente a quanto affermato dagli avvocati della Camera – l’incarico fu conferito a Mancini proprio dal Presidente della commissione parlamentare, Scalia, e i CUD rilasciati dal medesimo organo attestano la sussistenza di un rapporto di lavoro a titolo oneroso intercorso tra la Camera dei Deputati e Roberto Mancini.

Il merito della questione giuridica sarà deciso in tribunale, ma l’ingiustizia sociale e morale di questa storia ha già risvegliato la coscienza di migliaia di persone che hanno firmato una petizione perché venga riconosciuto un equo indennizzo a Roberto Mancini da parte di quello Stato di cui lui è stato servitore impavido.

Dal canto nostro, noi deputati del M5S stiamo cercando di fare chiarezza sulla questione in Parlamento, coinvolgendo il Ministro dell’Interno e l’Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati.

Intanto, a Roberto, a Monika e a tutti i loro cari che stanno vivendo questo calvario va il nostro più affettuoso saluto.

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