DISPARITÀ SALARIALE, MOLTO PIÙ DI UNA QUESTIONE DI SOLDI

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I fondi Ue del Recovery Fund, che dovranno servire all’Italia per contrastare la crisi economica e sociale legata al Covid-19, possono essere una grande opportunità per sanare, tra le altre cose, anche una delle storiche disfunzioni sociali e culturali del nostro Paese: le disparità di genere e il gap salariale tra uomini e donne. In poche parole oggi le donne italiane, rispetto ai colleghi uomini, hanno meno spazio sul mercato del lavoro e, quando lo trovano, a parità di mansioni, guadagnano di meno. Un gap ancora più evidente se lo si mette a confronto con altri paesi Ue: in Italia nel secondo trimestre 2020 il tasso di occupazione femminile risulta essere circa il 48% rispetto al 60% di Francia e al 70% del Regno Unito. Anche la Spagna si colloca sei punti sopra di noi.

Ma la cifra più significativa è quella che indica il potenziale sprecato, dal punto di vista meramente economico: se in Italia l’occupazione femminile arrivasse al 60%, il Pil aumenterebbe di sette punti. Non si tratta quindi solo di una battaglia socio-culturale, la cui importanza deve essere funzionale al benessere di tutto il sistema Paese, ma di un vero e proprio “saper fare i conti”. In sintesi, anche a voler essere cinici, far lavorare le donne conviene. A tutti.

Riguardo invece alla disparità salariale, qualcosa si muove, anche se lentamente. Secondo i dati Eurostat, pubblicati in questi giorni, la differenza di stipendio tra uomini e donne in Italia è diminuita dello 0,3% tra il 2010 e il 2017. Un gap che, secondo le stime, di questo passo potrebbe essere colmato nel 2074, in anticipo di 30 anni rispetto alla media europea. Una magra consolazione, visto che secondo il Gender Gap Report 2019 realizzato dall’Osservatorio JobPricing con Spring Professional e pubblicato all’inizio dell’anno, il gap salariale tra donne e uomini resta comunque ampio, ovvero 2.700 euro lordi pari al 10% in più a favore degli uomini. Un fenomeno così complesso richiede di essere ovviamente affrontato sotto diversi aspetti – economico, sociale e culturale – e a più livelli istituzionali.

In Regione Lazio, sebbene con molta fatica e ritardi, qualcosa in questi giorni si è mosso: in Commissione Lavoro è stato approvato un mio emendamento alla proposta di legge per la promozione della parità retributiva tra i sessi, in base al quale negli appalti pubblici di competenza della Regione o degli enti dipendenti o controllati da quest’ultima, costituisce titolo preferenziale, per le imprese che vi partecipano, l’essere iscritti nel registro regionale delle imprese virtuose che attuano politiche di parità di genere. Una procedura attualmente obbligatoria per le imprese che hanno almeno 100 dipendenti e che adesso viene estesa sotto forma di incentivo anche a tutte le PMI che vorranno accedere ai fondi pubblici regionali. Grazie ad un incentivo economico introdotto con una norma ad hoc puntiamo cioè a creare anche un cambiamento culturale e sociale. E questo è quello che possiamo fare meglio come Istituzioni per essere al servizio di tutta la comunità.

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