MADE IN ITALY: IL FUTURO È NELLA PRODUZIONE SLOW

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Qualche giorno fa, mi è capitato di leggere la lettera aperta di Giorgio Armani per la rivista americana di moda WWD. Ammetto di aver trovato davvero interessante la sua riflessione in merito al sistema produttivo – in questo caso della moda, ma estendibile ad altri settori – e a come questo dovrà adattarsi al Mondo post Coronavirus. La tesi di fondo sostenuta dallo stilista italiano, con cui mi trovo d’accordo, è che questa grave crisi mondiale debba essere vista come l’occasione ideale per cambiare radicalmente l’attuale visione della produzione, soprattutto se si parla di eccellenze. Dovessimo riassumere il tutto in una parola chiave, questa sarebbe “rallentare”.

Nella mia carriera professionale precedente all’attività politica, mi sono occupata di esportare il Made in Italy in molti Paesi del mondo per creare abitazioni di pregio dove ogni dettaglio, a partire dal design e fino all’ultima decorazione apposta in ogni stanza, era espressione di quell’italianità sinonimo di buongusto, di artigianato d’eccellenza, di uno stile e di una qualità che conferiscono ai prodotti durevolezza e valore senza tempo. Per questo sono fermamente convinta che un prodotto ben ideato e ben realizzato non conosce obsolescenza, non può essere superato dopo poche settimane.

Con il tempo, ho visto in prima persona il dannoso avvicinamento del settore produttivo di alto livello alla concezione della cosiddetta ”produzione fast”, dove la qualità viene svilita in favore di una logica sempre più improntata su quantità e rapidità, dove il “nuovo” è sempre “migliore” anche se di fattura mediocre, dove la manodopera è scarsamente tutelata e l’impatto sull’ambiente passa sempre in secondo piano.

Alla luce di quanto sta avvenendo in questi giorni, appare evidente la necessità di allontanarsi quanto prima da questa tendenza alla produzione sempre più “fast”. Il Made in Italy non può più essere legato a logiche che sprecano risorse intellettuali e materiali immolandole sull’altare di una vuota appariscenza, del consumo sfrenato. Solo rallentando i ritmi produttivi, ad esempio aggiornando le collezioni su base stagionale e non settimanale o rivalorizzando culturalmente l’arte manifatturiera italiana in ogni settore e il valore dei suoi prodotti, si potrà tornare a una dimensione più umana e sostenibile della produzione e dello stesso consumo, riscoprendo l’importanza della qualità e della professionalità. Sono felice che anche i grandi esportatori di italianità del mondo se ne stiano rendendo conto.

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